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Criptovalute in Italia, dal 2026 la stangata fiscale: aliquota al 33 per cento e addio alla franchigia dei 2.000 euro

markets2026-08-20 · 4 min read · 22 reads

Il 2026 segna una svolta per la tassazione delle criptovalute in Italia. L'aliquota sulle plusvalenze sale al 33 per cento, sparisce la soglia di esenzione dei 2.000 euro e solo le stablecoin in euro conformi a MiCA mantengono il 26 per cento.

Il 2026 rappresenta un anno di svolta, e non certo positiva, per chi in Italia investe in criptovalute. A partire dal primo gennaio sono entrate in vigore nuove e più severe regole fiscali che modificano profondamente il modo in cui le plusvalenze realizzate con Bitcoin, altcoin e altri asset digitali vengono tassate. Per gli investitori si tratta di un cambiamento di grande portata da conoscere a fondo.

L'aliquota sale al 33 per cento

La novità più pesante riguarda l'aumento dell'aliquota ordinaria. A partire dal primo gennaio 2026, le plusvalenze e i proventi sulla generalità delle cripto-attività sono soggetti a un'imposta del 33 per cento. Si tratta di un netto incremento rispetto al 26 per cento che era in vigore fino al 2025, un salto che incide in modo significativo sui rendimenti netti degli investitori italiani.

Questa stretta fiscale non è arrivata all'improvviso, ma è frutto di un preciso percorso legislativo. Le nuove disposizioni sono state introdotte dalla Legge numero 199 del 30 dicembre 2025, ovvero la Legge di Bilancio per il 2026. Tale provvedimento dà seguito a quanto era già stato previsto in precedenza dalla Legge numero 207 del 30 dicembre 2024, la Legge di Bilancio dell'anno precedente.

Addio alla franchigia dei 2.000 euro

Un altro colpo importante per i piccoli investitori è la scomparsa della soglia di esenzione. In passato, le plusvalenze inferiori a 2.000 euro non erano soggette a tassazione, offrendo un piccolo margine di respiro. Ora questa franchigia è stata completamente eliminata, il che significa che l'imponibile è pari al cento per cento della plusvalenza realizzata, senza alcuna eccezione.

La conseguenza pratica di questa modifica è che ogni singolo guadagno, per quanto minimo, deve ora essere dichiarato e tassato fin dal primo euro. Anche chi effettua operazioni di piccola entità, quindi, si trova ora a dover fare i conti con il fisco, adempiendo a obblighi dichiarativi che in precedenza non lo riguardavano. La platea dei contribuenti interessati si allarga notevolmente.

L'eccezione delle stablecoin in euro

Il nuovo regime fiscale rende cruciale distinguere le diverse tipologie di cripto-attività. (Immagine illustrativa)
Il nuovo regime fiscale rende cruciale distinguere le diverse tipologie di cripto-attività. (Immagine illustrativa)

In questo quadro di generale inasprimento esiste però un'importante eccezione. I token di moneta elettronica denominati in euro, i cosiddetti EMT, purché conformi al Regolamento europeo MiCAR, mantengono infatti l'aliquota agevolata del 26 per cento. Diventa quindi fondamentale saper distinguere una stablecoin in euro conforme alle nuove regole da una comune criptovaluta soggetta al prelievo più alto.

La distinzione tra i vari asset

La normativa traccia dunque una linea di demarcazione netta tra le diverse tipologie di cripto-attività. Da un lato troviamo Bitcoin, Ethereum, le altre altcoin, gli NFT e anche le stablecoin denominate in dollari come USDT e USDC, le cui plusvalenze sono tutte tassate con l'aliquota del 33 per cento. Dall'altro lato ci sono i soli token di moneta elettronica in euro conformi a MiCA, fermi al 26 per cento.

Le regole sulle conversioni

Anche il tema delle conversioni tra asset, tecnicamente definite permute, presenta aspetti delicati da valutare con attenzione. La conversione da Bitcoin o da altre criptovalute verso gli e-money token in euro è considerata un'operazione fiscalmente rilevante, e sconta pertanto l'aliquota del 33 per cento. Al contrario, lo scambio tra due criptovalute pure, come la vendita di Bitcoin per acquistare Ethereum, non ha rilevanza fiscale.

Dichiarazione e imposta patrimoniale

Sul fronte degli adempimenti, gli investitori devono prestare attenzione a due quadri della dichiarazione dei redditi. Il Quadro W serve a tracciare il valore iniziale e finale degli asset e il periodo di detenzione, ed è soggetto a un'imposta patrimoniale annuale dello 0,2 per cento. Il Quadro T, invece, è dedicato specificamente alla dichiarazione delle plusvalenze e delle minusvalenze derivanti dalle vendite.

La documentazione assume un ruolo cruciale in questo nuovo contesto. È infatti necessario conservare con cura le ricevute di acquisto, i documenti relativi alle vendite e persino gli screenshot dei propri portafogli digitali. In assenza della documentazione che attesti il costo di acquisto, il rischio concreto è che venga tassato l'intero importo della vendita, e non solo l'effettiva plusvalenza realizzata.

L'impatto sull'ISEE

Infine, una novità che avrà conseguenze rilevanti per molte famiglie riguarda l'ISEE, l'indicatore della situazione economica equivalente. I portafogli di criptovalute, valutati al 31 dicembre, concorrono ora a determinare gli indicatori economici familiari nelle dichiarazioni fiscali. Questo aspetto potrebbe influire sull'accesso a numerosi benefici sociali e agevolazioni legate proprio al valore dell'ISEE.

Nel complesso, il nuovo assetto normativo delinea un quadro decisamente più oneroso e complesso per chi opera con le cripto-attività in Italia. Tra l'innalzamento dell'aliquota, l'eliminazione della franchigia e i nuovi obblighi dichiarativi, gli investitori sono chiamati a una gestione molto più attenta e documentata delle proprie posizioni. La pianificazione fiscale diventa così un elemento imprescindibile per non incorrere in spiacevoli sorprese.

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