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Il vantaggio nascosto degli stablecoin in euro: perché il fisco italiano li tassa meno del Bitcoin

markets2026-08-22 · 3 min read · 0 reads

Dal 2026 le plusvalenze cripto in Italia salgono al 33 per cento, ma la nuova legge di bilancio lascia una porta aperta: gli stablecoin in euro conformi alle regole europee restano al 26. Un dettaglio tecnico che nasconde una scelta politica sulla sovranità monetaria.

Gran parte del dibattito sulle criptovalute in Italia si è concentrata su un numero: il 33 per cento. È l'aliquota che dal primo gennaio 2026 si applica alle plusvalenze cripto, in netto aumento rispetto al 26 per cento in vigore fino all'anno precedente. Ma dentro la stessa legge di bilancio si nasconde un dettaglio che quasi nessuno ha raccontato, e che potrebbe cambiare le scelte di molti investitori.

La norma prevede infatti un'eccezione precisa: gli stablecoin denominati in euro e pienamente conformi al regolamento europeo, i cosiddetti token di moneta elettronica, continuano a essere tassati con l'aliquota più bassa del 26 per cento. In pratica, lo Stato ha creato una corsia fiscale privilegiata per una categoria molto specifica di asset digitali, distinguendoli da tutto il resto del mercato cripto.

Per capire la portata della scelta bisogna ricordare cosa sia uno stablecoin. Si tratta di una criptovaluta il cui valore è ancorato a una valuta tradizionale, tipicamente uno a uno, così da eliminare la volatilità tipica di Bitcoin o Ethereum. Sono lo strumento con cui milioni di persone entrano ed escono dai mercati, parcheggiano liquidità e regolano pagamenti senza passare ogni volta dal sistema bancario classico.

Una corsia preferenziale per l'euro

Non tutti i token digitali sono uguali davanti al fisco: la moneta in cui è denominato uno stablecoin può cambiare l'aliquota applicata alle plusvalenze.
Non tutti i token digitali sono uguali davanti al fisco: la moneta in cui è denominato uno stablecoin può cambiare l'aliquota applicata alle plusvalenze.

Il punto cruciale è la valuta di riferimento. Gli stablecoin agganciati all'euro e conformi alle regole europee godono dell'aliquota ridotta, mentre i colossi del settore ancorati al dollaro, come i più diffusi token in valuta americana, restano fuori dal beneficio e scontano il pieno 33 per cento. La differenza tra le due aliquote non è enorme in percentuale, ma su capitali importanti diventa tutt'altro che trascurabile.

Dietro questa distinzione tecnica c'è una precisa logica politica. Favorire fiscalmente gli stablecoin in euro significa incoraggiare l'uso di strumenti digitali radicati nella moneta unica, riducendo la dipendenza europea dai token in dollari che oggi dominano il mercato. È un piccolo tassello di una strategia più ampia di sovranità monetaria del continente, che si muove in parallelo con il progetto dell'euro digitale.

Cosa cambia per chi investe

Per l'investitore italiano la conseguenza pratica è che la scelta dello stablecoin non è più neutra dal punto di vista fiscale. Chi usa token in euro conformi alle regole europee per gestire liquidità e realizzare guadagni può, a parità di operazione, trovarsi con un carico fiscale inferiore rispetto a chi utilizza gli equivalenti in dollari, molto più comuni sulle piattaforme internazionali.

Non è però l'unico elemento del nuovo quadro. La riforma ha eliminato la vecchia soglia di esenzione che lasciava fuori dalla tassazione le plusvalenze più contenute, rendendo di fatto imponibile ogni guadagno. A questo si aggiunge un'imposta di bollo dello 0,2 per cento sul valore complessivo delle criptovalute detenute a fine anno, che colpisce lo stock e non solo i profitti realizzati.

C'è poi una possibilità pensata per chi vuole mettere ordine nella propria posizione: un'imposta sostitutiva opzionale che consente di rivalutare il valore di carico delle criptovalute, fissandolo a una data di riferimento recente. Chi la sceglie paga un'aliquota agevolata su quel valore, ma riduce le plusvalenze future e quindi il conto che dovrà al fisco quando venderà.

Regole europee e confini nazionali

È importante ricordare che il regolamento europeo sulle cripto disciplina il funzionamento del mercato e la tutela degli utenti, non la tassazione, che resta materia dei singoli Stati. L'Italia ha quindi costruito il proprio sistema fiscale sopra la cornice europea, usando la conformità alle regole comuni come criterio per decidere chi merita l'aliquota ridotta e chi no.

Questo intreccio tra norme europee e scelte nazionali crea un ecosistema in cui gli aspetti tecnici, come la valuta di ancoraggio o la conformità di un token, hanno effetti economici molto concreti. Per il risparmiatore significa che informarsi sui dettagli non è più un esercizio da esperti, ma una parte essenziale di qualunque strategia sensata di investimento in asset digitali.

Il vantaggio nascosto degli stablecoin in euro racconta così qualcosa di più grande della semplice fiscalità. Mostra come gli Stati stiano usando la leva delle tasse per orientare il futuro del denaro digitale, premiando gli strumenti allineati alla propria valuta. In un mercato spesso percepito come selvaggio e senza regole, il 2026 segna il momento in cui il fisco entra, silenziosamente, a decidere quali cripto conviene davvero usare.

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