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Il CLARITY Act al voto: la legge che può cambiare le regole delle criptovalute negli Stati Uniti

markets2026-09-01 · 3 min read · 0 reads

Il 15 settembre il Senato americano vota il CLARITY Act, la legge che definirebbe quali criptovalute sono commodity sotto la CFTC. Ecco cosa prevede, perché le istituzioni lo attendono e quante possibilità ha di passare.

Mentre in Europa il regolamento MiCA ha ormai messo ordine nel settore, dall'altra parte dell'Atlantico il mondo delle criptovalute trattiene il fiato. Negli Stati Uniti tutti gli occhi sono puntati su Washington, dove il Congresso si appresta a votare una legge attesa ormai da diversi anni.

Al centro della scena c'è il cosiddetto CLARITY Act, un provvedimento che promette di riscrivere le regole fondamentali del mercato delle criptovalute americano. Per capire perché investitori e grandi istituzioni lo considerino così cruciale, conviene analizzare da vicino cosa prevede e quali ostacoli deve ancora superare.

Che cos'è il CLARITY Act

Il nome completo del provvedimento è Digital Asset Market Clarity Act, e il suo obiettivo è tanto tecnico quanto decisivo. In sostanza, la legge stabilirebbe una struttura di mercato definendo quali criptovalute siano da considerare commodity e quali invece titoli finanziari, ripartendo le competenze tra due autorità distinte.

Nel dettaglio, secondo quanto riportato, gli asset classificati come materie prime finirebbero sotto la vigilanza della CFTC, l'autorità sui mercati delle commodity, mentre quelli considerati titoli resterebbero di competenza della SEC. Per una moneta come XRP, la norma trasformerebbe in legge una sentenza giudiziaria del 2023, riconoscendola di fatto come commodity.

Il voto del 15 settembre

Il voto americano potrebbe stabilire una volta per tutte quali criptovalute rientrano tra le commodity e quali tra i titoli finanziari.
Il voto americano potrebbe stabilire una volta per tutte quali criptovalute rientrano tra le commodity e quali tra i titoli finanziari.

Il prossimo passaggio chiave è fissato per il 15 settembre 2026, quando il Senato sarà chiamato a un voto procedurale decisivo. La Camera dei Rappresentanti aveva già approvato il testo nel luglio del 2025, ma è al Senato che si gioca la partita più difficile e dall'esito tutt'altro che scontato.

I numeri, del resto, raccontano di una strada tutta in salita. Per superare l'ostacolo procedurale servono sessanta voti: i cinquantuno senatori repubblicani sono considerati affidabili, ma finora sono mancati i nove voti democratici necessari, complice anche l'opposizione di alcune figure di peso alla guida delle commissioni parlamentari competenti.

Non stupisce, dunque, che le probabilità di approvazione siano stimate come piuttosto basse. Secondo le stime citate, piattaforme come Polymarket assegnano al provvedimento circa il venti per cento di possibilità entro il 2026, mentre altri osservatori del settore si spingono a indicare percentuali ancora più prudenti e caute.

Perché le istituzioni ci tengono così tanto

Ci si potrebbe chiedere perché una legge tanto tecnica susciti un'attenzione così alta. La risposta è che, secondo le fonti di settore, molte grandi istituzioni finanziarie considerano questa chiarezza normativa una condizione ormai indispensabile prima di investire cifre davvero importanti nel mondo delle criptovalute.

Le ragioni concrete sono essenzialmente tre. La prima riguarda la possibile quotazione in borsa di aziende del settore, come Ripple, che necessitano di certezze legali solide che una semplice sentenza di tribunale non può garantire agli investitori e alle banche coinvolte nell'operazione.

La seconda ragione è legata al mondo degli ETF, poiché secondo quanto riportato ben sette società di gestione hanno presentato domanda per lanciare fondi legati a XRP, contando proprio sul fatto che il Congresso avrebbe finalmente risolto le annose questioni di competenza. La terza riguarda infine l'espansione delle stablecoin, che sotto la nuova cornice avrebbero un quadro decisamente più ampio.

Il nodo tra CFTC e SEC

Al cuore di tutto c'è una domanda apparentemente semplice ma dalle conseguenze enormi, ovvero chi debba vigilare sulle criptovalute. La distinzione tra commodity e titolo finanziario non è affatto un dettaglio burocratico, perché comporta regole, obblighi e livelli di controllo profondamente diversi tra loro.

Per anni questa incertezza è stata terreno di lunghe e costose battaglie legali, con l'autorità sui titoli impegnata in cause durate a lungo nel tempo. Trasformare l'attuale quadro in una legge vera e propria, e non più in una semplice interpretazione dei tribunali, darebbe finalmente al settore quella stabilità tanto invocata dagli operatori.

Uno sguardo dall'Europa

Per un osservatore europeo, e italiano in particolare, l'intera vicenda assume un sapore quasi paradossale. Mentre gli Stati Uniti faticano ancora a trovare una quadra legislativa, l'Unione Europea con il suo regolamento ha già scelto la strada di regole comuni e definite, offrendo agli operatori un terreno decisamente più prevedibile.

Qualunque sia l'esito del voto di settembre, una cosa appare comunque ormai chiara. La stagione in cui le criptovalute vivevano ai margini delle regole si sta definitivamente chiudendo, e il futuro del settore, sia in America sia in Europa, passerà sempre di più attraverso le aule dei parlamenti e non solo attraverso i mercati.

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